Osservare e proteggere la mente: dalla ristrutturazione cognitiva all’embodiment

Osservare e proteggere la mente

Quello spazio tra pensiero e reazione

Da un cartello incontrato in Sri Lanka a una riflessione su pensieri automatici, corpo e possibilità di scegliere come reagire. Osservare e proteggere la mente.

Ci sono messaggi che incontriamo per caso e che ci rimangono dentro, forse perché arrivano in un momento in cui siamo particolarmente predisposti ad ascoltarli e finiscono per risuonare con qualcosa che stiamo vivendo o pensando.

Durante il mio viaggio in Sri Lanka ho incontrato lungo la strada un cartello dedicato agli insegnamenti di Buddha: “Watch and protect your mind”, “Osservare e proteggere la tua mente”. Ho fotografato l’immagine (ovviamente!) anche con l’idea di poterla guardare con calma in un secondo momento e me la sono portata a casa come riflessione personale.

Osservare e proteggere la menteSo che potrà sembrare azzardato tentare un parallelismo tra buddhismo, psicologia e neuroscienze. Non è certamente mia intenzione sovrapporre mondi che hanno origini, linguaggi e finalità differenti. Mi interessa piuttosto osservare come, attraverso percorsi culturali e storici molto diversi, alcune comprensioni dell’essere umano possano incontrarsi in modo pertinente, anche a distanza di secoli.

Quando viaggi e ti allontani dalle tue abitudini, dai tuoi ritmi e dalle cose che normalmente occupano i tuoi pensieri, può accadere di riuscire a guardare con maggiore chiarezza ciò che normalmente non osservi. Pensieri compresi.

Mi sono soffermata proprio su quelle due parole, watch e protect: osservare e proteggere.

A prima vista sembrano quasi in contraddizione. Osservare è un gesto aperto e curioso, richiede di fare spazio a ciò che accade senza intervenire immediatamente. Proteggere, invece, presuppone un confine e implica il riconoscimento di qualcosa che consideriamo importante e che, proprio per questo, merita di essere custodito.

Dallo scatto rubato in strada è così iniziata una riflessione sul messaggio: per proteggere è necessario osservare, conoscere e ascoltare. Allo stesso tempo, osservare con attenzione e cura implica aver riconosciuto un valore, qualcosa che merita il nostro interesse.

Dal pensiero alla reazione

Sotto quella frase, il cartello continuava con una sequenza, i cosiddetti dodici anelli, un insegnamento buddhista che descrive il modo in cui dall’esperienza sensoriale e dalla percezione possono svilupparsi sensazioni piacevoli o spiacevoli. Intervengono poi desiderio, attaccamento e una serie di reazioni che possono alimentare sofferenza e conflitto, se non vengono riconosciute e gestite consapevolmente.

Riflettendo sul movimento che descriveva — dall’esperienza alla percezione, dalla percezione alla sensazione, dalla sensazione alla risposta e dalla risposta al comportamento — ho trovato diversi parallelismi con la psicologia cognitivo-comportamentale, anche se espressi attraverso un linguaggio completamente diverso.

La psicologia cognitiva parla di pensieri automatici, interpretazioni, schemi cognitivi e ristrutturazione cognitiva. Il linguaggio è certamente più tecnico, ma ciò che mi interessa è il principio sottostante: la possibilità di osservare ciò che accade nella nostra mente prima di esserne completamente guidati.

La nostra mente, infatti, produce continuamente interpretazioni della realtà. È una delle sue funzioni fondamentali e, nella maggior parte dei casi, è anche ciò che ci permette di orientarci rapidamente nel mondo.

Il problema nasce quando smettiamo di distinguere tra ciò che è accaduto e il significato che noi abbiamo attribuito a ciò che è accaduto.

Pensiamo a una situazione molto comune: qualcuno non risponde a un messaggio, il fatto osservabile è semplicemente che non ha risposto. La nostra mente, però, può costruire molto rapidamente una spiegazione: “Non gli interessa”, “Ce l’ha con me”, “Ho detto qualcosa di sbagliato”, “Probabilmente non mi considera”.

In pochi secondi siamo passati da un dato a un’interpretazione e, senza quasi accorgercene, iniziamo a reagire non a ciò che è successo, ma alla storia che abbiamo costruito intorno a ciò che è successo.

Un pensiero, una reazione e quello spazio nel mezzo che spesso manca

Lo stesso meccanismo lo osserviamo continuamente nelle relazioni e nei contesti di lavoro.Una persona alza la voce durante una riunione e noi possiamo interpretarlo come un attacco. Leggiamo un’e-mail e ci sentiamo messi in discussione prima ancora di averne terminato la lettura. Un collega esprime un’opinione diversa dalla nostra e decidiamo che “non ci ascolta mai”. Da quel momento in poi, tutto ciò che farà potrà essere letto attraverso quella lente.

Non si tratta necessariamente di debolezza o di scarsa capacità di autocontrollo. Si tratta di automatismi.

La nostra mente è molto veloce nel cercare connessioni, formulare ipotesi e anticipare ciò che potrebbe accadere, utilizzando esperienze precedenti, aspettative e convinzioni per dare un significato a ciò che sta succedendo.

L’errore di Cartesio

E qui, recentemente, mi sono imbattuta in una riflessione che ha aggiunto un tassello interessante a questo modo di guardare il processo.

Antonio Damasio, nel suo libro Descartes’ Error (1994), critica la separazione rigida tra mente e corpo. La tradizione cartesiana viene spesso sintetizzata nella distinzione tra res cogitans e res extensa, mente e corpo. Damasio mostra, attraverso le neuroscienze e lo studio di casi clinici, quanto questa separazione possa essere insufficiente per comprendere il comportamento umano.

Torniamo allora all’insegnamento buddhista e a quella frase: watch and protect your mind.

Mi porta a una riflessione che oggi possiamo collegare anche al concetto di embodiment, cioè al modo in cui facciamo esperienza di noi stessi, degli altri e dell’ambiente attraverso un sistema in cui mente e corpo sono continuamente interconnessi. Il corpo non si limita a manifestare ciò che proviamo: partecipa, in modo continuo e spesso non consapevole, al modo in cui percepiamo, interpretiamo e agiamo nel mondo. E alla costruzione del Sé.

Alcune delle credenze che abbiamo costruito su noi stessi non sono soltanto pensieri, ma possono diventare vere e proprie previsioni apprese dal nostro sistema nervoso attraverso l’esperienza. Il sistema nervoso, sulla base di ciò che ha incontrato nel tempo, impara ad anticipare ciò che potrebbe accadere e prepara il corpo a rispondere. Questo è l’embodiment, l’esperienza incarnata.

Osservare e proteggere la mente vuol dire anche questo, allora.

Prima ancora che io possa formulare consapevolmente il pensiero “questa persona mi sta giudicando”, potrei sentire il corpo irrigidirsi, il respiro cambiare, lo stomaco contrarsi. La sensazione può precedere la parola e, qualche volta, la parola arriva proprio per dare un significato a quella sensazione.

Questo non significa che il corpo “abbia sempre ragione”, né che ogni reazione corporea sia la fotografia fedele della realtà. Significa piuttosto che la nostra esperienza non è soltanto cognitiva: ciò che abbiamo vissuto contribuisce a costruire aspettative, sensibilità e modalità automatiche di risposta.

Il sistema nervoso può aver imparato, per esempio, che esporsi significa essere giudicati, che chiedere qualcosa significa rischiare un rifiuto, che mostrare vulnerabilità significa perdere sicurezza. Queste previsioni possono attivarsi prima ancora che siamo consapevoli del pensiero che le accompagna.

Ed è proprio qui che il concetto di embodiment diventa interessante anche per la ristrutturazione cognitiva: non lavoriamo soltanto su ciò che pensiamo, ma impariamo a riconoscere ciò che accade nel corpo, nella sensazione e nella risposta emotiva che precedono e accompagnano il pensiero.

Il punto non è eliminare questi automatismi, ma trasformarli, imparando a riconoscerli e a non identificarci con essi

Nelle aule di formazione, durante i corsi comportamentali, lavoro proprio attraverso questo movimento: riconoscere il pensiero, osservarlo e creare uno spazio prima di reagire. Dire “sto pensando che…” introduce una distanza rispetto alla semplice affermazione. Il pensiero diventa un evento mentale che posso osservare ed esaminare. La ristrutturazione cognitiva significa imparare a riconoscere i pensieri automatici, verificarli e considerare interpretazioni alternative.

È in quello spazio tra pensiero e reazione che possiamo smettere di essere semplicemente agiti da ciò che pensiamo e tornare a scegliere.

E il cambiamento non rimane soltanto nella mente

C’è però un altro aspetto dell’embodiment che è fondamentale comprendere.

Se alcune nostre previsioni sono costruite attraverso l’esperienza, non è sufficiente comprenderle intellettualmente per modificarle. Possiamo sapere che non dovremmo sentirci minacciati da una critica e continuare a sentire il corpo irrigidirsi ogni volta che qualcuno mette in discussione il nostro lavoro. Possiamo sapere che abbiamo il diritto di esprimere un bisogno e continuare a provare disagio quando lo facciamo.

Affinché una nuova consapevolezza diventi realmente nostra, può essere necessario fare nuove esperienze, abbastanza ripetute da permettere al sistema di aggiornare le proprie previsioni. Espormi e non essere rifiutata. Esprimere un bisogno e scoprire che può essere accolto. Mettere un confine e verificare che una relazione possa sopravvivere.

Sono esperienze concrete che possono fornire al nostro sistema nuove informazioni.

È una prospettiva che mi piace molto perché ci ricorda che il cambiamento non è soltanto qualcosa che capisco. È qualcosa che, nel tempo, devo anche sperimentare e incorporare. Si tratta di un lavoro su di sé certamente impegnativo.

Cosa resta, dopo un corso, dopo un viaggio

Questa riflessione mi accompagna anche quando progetto un percorso formativo per un’azienda. Una delle domande che mi pongo più spesso è se sto semplicemente dando alle persone una risposta pronta oppure se sto creando le condizioni perché possano sviluppare capacità di risposta autonome e personali.

Le risposte pronte sono rassicuranti e possono essere utili, soprattutto quando dobbiamo affrontare una situazione concreta. Il loro limite è che funzionano principalmente in quella situazione. Quando il contesto cambia, può essere necessario trovare una nuova risposta.

Una competenza, invece, rimane e può essere trasferita da una situazione all’altra. È anche da questa idea che nasce il senso del Modello S.F.E.R.A., lo strumento che utilizzo nel mio lavoro con le persone e le organizzazioni. Non lo considero un semplice elenco di tecniche da applicare, ma un modo per allenare uno sguardo più consapevole su di sé, sulle proprie risorse, sulle proprie modalità di funzionamento e sulle proprie reazioni.

In fondo, “watch and protect your mind” potrebbe essere letto anche come una sintesi molto efficace di questo approccio:

guardarsi per non subirsi.

Questa capacità va allenata. Non è sufficiente partecipare a un corso per trasformarla automaticamente in un’abitudine. È un allenamento progressivo, simile a quello di un muscolo che viene esercitato nel tempo e nelle situazioni quotidiane.

Ed ecco che quel cartello incontrato in Sri Lanka mi ha lanciato un invito all’approfondimento, molto pertinente ai miei studi e al mio lavoro.

A volte serve andare lontano per riflettere. Oppure, più semplicemente, serve fare spazio e fermarsi abbastanza a lungo da lasciare che un messaggio, quasi casuale, inizi a fare il suo lavoro dentro di noi.

Watch and protect your mind. Osservare e proteggere la mente.

Personalmente sento di avere ancora molto da imparare ed esplorare. Se imparassimo davvero a osservare i pensieri e, insieme a essi, anche le reazioni fisiche che li accompagnano, senza lasciare che ogni pensiero o ogni reazione diventi automaticamente una verità, un giudizio o un’azione, probabilmente potremmo vivere meglio.

E a volte, per impararlo, ci vuole una vita, perchè queste sono cose che nessuno ci insegna.

Grazie per aver letto sino a qui. Se vuoi approfondire, i miei contatti 

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